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generali, materiali, opinioni

Evadere o frodare?

Combattere l’evasione fiscale è una priorità fondamentale per qualunque intervento strutturale di risanamento economico e fiscale del nostro paese. Ma non è l’unica. Lo so, sto per incamminarmi su un sentiero impervio e spinoso, ma ne va della mia idea di Stato, di Nazione, di società civile. Quanti di voi mi hanno scritto chiedendomi un parere sui controlli di Cortina, ne ho sentite di tutti i colori a riguardo: il migliore è stato un carissimo amico che mi ha riportato la citazione di Simone Weil dal suo capolavoro La prima radice, che vi ripropongo: il pagamento del tributo, delle tasse, è stato sempre nell’Europa dei popoli liberi “considerato un disonore, una vergogna riservata ai Paesi conquistati, il segno visibile della schiavitù”. Poi son passato da chi predicava l’esistenza di una certa invidia sociale nei confronti di chi va a Cortina a chi pontificava, laicamente, sull’esigenza di un deciso livello di giustizia sociale (perdonatemi, ma la giustizia sociale è un’altra cosa, e sia l’Etica Nicomachea che il Dottore Angelico lo insegnano bene: “..che si diano a tutti i mezzi sufficienti e necessari per vivere in modo degno dell’uomo, che vive in una società”).

Eppure l’ultimo post che ho scritto a me pareva fin troppo chiaro; insistevo su un concetto per me fondamentale, sia nei rapporti tra le persone, sia nei rapporti tra corpi intermedi, sia nei rapporti tra Stato e Cittadino: il concetto di fiducia. Non uso volutamente il termine “contribuente”, mi sembra solo uno stare al gioco dei burocrati che ci circondano e che ci vogliono consumatori, utenti, clienti, contribuenti, e mai persone (leggere qua per credere). Finisco qua, ma vi lascio dure righe, tratte da La Bussola Quotidiana, che secondo me colpiscono nel segno sul vero problema odierno italiano: la mancanza di un progetto con-diviso che peschi dal passato per stupire nel futuro.

Resta da chiedersi perché mai si invochi proprio questo termine, «evasione». L’uso linguistico come spesso accade è sintomatico. In un articolo comparso nel giugno 1973 sul periodico Itinéraires il filosofo-contadino Gustave Thibon notava come l’evoluzione linguistica, in questo campo come in altri, fosse foriera di preziosi insegnamenti: «L’espressione frode fiscale – osserva Thibon –, che designa il delitto col quale il cittadino tenta di sfuggire alle maglie del fisco, è sostituita in misura sempre più crescente dal termine evasione fiscale». Vi è una sostanziale differenza tra le due espressioni. Mentre frodare equivale a mancare a un dovere, abusando della fiducia o dell’incompetenza altrui, l’atto di evadere è proprio del prigioniero che furtivamente si allontana dal luogo di detenzione. E questo significa, prosegue Thibon, «che il rapporto tra il contribuente e il fisco tende a somigliare a quello di un detenuto col proprio carceriere». Una disamina acuta, quella del philosophe-paysan, che a poco meno di quarant’anni di distanza si dimostra quanto mai attuale. Già allora la voracità e l’iniquità del sistema fiscale ponevano il contribuente nelle condizioni di sentirsi in «stato di legittima difesa».

Ingiusta, secondo Thibon, è anzitutto l’imposta attualmente richiesta, che colpisce in maniera particolare la sana imprenditorialità e la massa dei salariati, vale a dire il capitale e il lavoro produttivo. E d’altro canto l’inverosimile, astrusa complessità dei meccanismi della legislazione fiscale offre innumerevoli scappatoie agli elementi marginali e parassitari dell’economia (trafficanti, speculatori, imprese deficitarie, ecc.), ma scaltri a sufficienza da riuscire a insinuarsi tra le pieghe del Leviatano fiscale, quando non sono addirittura in grado di trarne profitto. Tanto che si può arrivare al caso limite di vedere penalizzate onestà civica e competenza e ricompensate disonestà e incapacità. L’imposta non solo è eccessiva: è anche mal ripartita e tende a divenire inefficace, perfino controproducente. Non solo perché in questo modo la riscossione e la redistribuzione dei tributi comportano costi enormi e un vertiginoso dispendio di energie, ma anche perché «ogni offensiva del fisco suscita presso le sue vittime nuovi riflessi di autodifesa, l’ingiustizia richiamando la frode in una catena senza fine».

Si assiste così a uno dei più tristi spettacoli della nostra epoca, quello di «vedere i singoli e lo Stato rivaleggiare in immoralità». Tutto questo accade perché «lo Stato si vuole provvidenza universale e non può divenirlo se non trasformandosi in vampiro». Diventa normale, in queste condizioni, che «ciascuno cerchi di evitare le ventose del vampiro per abbeverarsi alle mammelle della provvidenza. Ciò dà luogo a un incrociarsi di interessi contrastanti che falsa il gioco naturale dell’economia…». L’unico rimedio utile a estinguere la sete dello Stato-vampiro consiste allora nel ridurre l’imposta iniqua per riconsegnarlo così al suo originario ruolo di legislatore, giudice e arbitro. Liberato il mercato dal gravame dell’esorbitante fiscalità pubblica, la sana prosperità che ne deriverebbe comporterà un rilancio del principio di sussidiarietà: permetterà cioè agli individui o agli organismi privati di assumere in prima persona i compiti oggi usurpati dallo Stato, in primo luogo la funzione di «imprenditore»: una esperienza ormai fin troppo lunga lascia ben poche illusioni sul cattivo funzionamento dei monopoli di Stato. Per non parlare del ruolo di «assicuratore», chiosa Thibon: «Il deficit cronico della Previdenza sociale, la lenta e cattiva qualità dei servizi, gli abusi incoraggiati dal clima di irresponsabilità e anonimato che regna al suo interno costituiscono uno scandalo permanente».

Così, «tanto per la propria voracità nei confronti degli uni quanto per gli interventi disordinati in favore degli altri – individui o gruppi di pressione – lo Stato moderno disorganizza tutto quel che tocca. E i suoi servizi all’apparenza più gratuiti sono in realtà i più onerosi, poiché non può dare da un lato se non prendendo dall’altro e, visto il disordine e lo spreco che regnano all’interno del proprio circuito, se non prendendo più di quanto non dia. Come vampiro, assorbe troppo; come provvidenza, distribuisce male».

Discussione

2 pensieri su “Evadere o frodare?

  1. Si può parlare a lungo del fatto che la tassazione sia alta o bassa. L’importante è che questi prelievi più o meno consistenti ritornino ai cittadini sotto forma di servizi.
    Ma per fare questo occorrono due cose: che tutti paghino le tasse e che questi soldi che entrano siano gestiti in modo corretto e non in base a clientele e nepotismi.

    E per quanto riguarda l’evasione fiscale vi lascio con questo video (guardatelo soprattutto da 6:50 in poi).

    Pubblicato da Base | 14 gennaio 2012, 20:22
  2. Dimenticavo il link:

    Pubblicato da Base | 14 gennaio 2012, 20:33

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