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L’urgenza non colta: tutelare l’impresa

La giornata di oggi è decisiva per le sorti di Alitalia: alle 14.00 si riunirà il consiglio di amministrazione e alle 17.00 ci sarà l’assemblea chiamata a deliberare la manovra da 500 milioni di euro approvata all’unanimità venerdì scorso, 11 ottobre, dal Consiglio di amministrazione. L’incognita è se il gruppo Air France-Klm, pur avendo approvato la manovra da 500 (ricapitalizzazione per 300 milioni e nuove linee di credito per altri 200) sottoscriverà la quota di propria competenza dell’aumento di capitale. Pubblichiamo pertanto volentieri il contributo di un nostro socio, Umberto, che abbraccia una questione fondamentale per il nostro Paese in crisi: tutelare – non improvvisando – l’impresa.

Tempi ModerniLo spunto per questi pensieri mi viene dall’ennesima ripetizione di quel sacrosanto slogan che il dibattito politico ci propone senza benché la minima voglia di motivarlo e sviscerarlo: non c’è ripresa senza lavoro e, di conseguenza, dal tema del lavoro stesso come centro per il nostro sviluppo e benessere. Vero, verissimo. Aggiungiamo pertanto alcune considerazioni a tale affermazione e proviamo ad approfondire un po’ quanto viene sottinteso o, forse più verosimilmente, ignorato. Innanzitutto un punto fermo, una proposta: ribaltiamo la frase e iniziamo a pensare che, purtroppo, non ci potrà essere lavoro senza ripresa e che, quindi, per poter generare lavoro, non basta ripetere in continuazione frasi-feticcio per creare profezie auto-avveranti, dobbiamo tornare a discutere, a definire e a servirci di una vera politica industriale nazionale ancorata da una parte alla necessità del pensare in termini europei – Maurice Allais, premio Nobel, parlava di “insiemi regionali omogenei” –, dall’altra all’imprescindibile dimensione globale dei mercati – non solo in senso economico, ma anche in termini culturali. Attualmente i tassi di disoccupazione sono molto elevati ma, soprattutto, non potranno mai essere curati da una parziale e scarsa ripresa: possiamo in questo momento ipotizzare una crescita economica frazionaria (ipotizziamo un +0.5% ) che verrà sostenuta senza alcuna riduzione della disoccupazione, anzi, generando ulteriore crescita della stessa. In questo quadro purtroppo a me pare che sfugga a molti un particolare: i posti di lavoro sono generati soprattutto dalle aziende private, non da una fantomatica mano invisibile ministeriale o tanto meno dalla pubblica amministrazione come troppo spesso è accaduto in Italia. Credo sia necessario procedere per punti ed elaborare una proposta per migliorare l’attrattività del nostro sistema-Paese nei confronti di ogni genere di capitale.

1. FOCALIZZARE

Ritengo indispensabile mettere a fuoco e mantenere un obiettivo: far sì che in Italia non solo le aziende presenti possano sopravvivere ma si possa mettere un freno alla de-industrializzazione che sta investendo il nostro paese. È mia opinione che si debba fare di tutto per mantenere il manifatturiero in Italia privilegiando i settori capital intensive e ad alto valore aggiunto, tutelando le piccole imprese, attirandone di nuove: il focus deve essere “amici dell’impresa che crea benessere”. Non possiamo inventarci un settore dei servizi che farà vivere tutti, ipotizzando che siano la Cultura ed il Turismo a salvarci – soprattutto se, reduci da un’estate in giro per l’Italia, toccando con mano la grossolanità di alcune nostre città nei campi dell’accoglienza e della ristorazione. Tali settori purtroppo necessitano di forti investimenti pubblici (mancano i fondi) ma, soprattutto, generano elevati fatturati per addetto e poca occupazione a meno che non vengano stimolati indotti importanti che però riescono forse ad esistere solo in determinate località e che, spesso, godono di sovvenzioni molto forti; penso soprattutto al turismo estivo ed invernale in tutto l’arco dolomitico: forti sussidi, politiche di sistema che mirano a far lavorare un’intera regione nella speranza che il gettito generato copra le spese e che così facendo non si generino costi sociali elevati. Dobbiamo invece lottare per sviluppare settori del terziario senza trascurare i settori primario e settore secondario, cioè agricoltura e industria.

2. CREARE IL PRIVILEGIO

Si deve creare un nuovo privilegio: quello dell’industria. Non deve essere un privilegio ad ogni costo ma si deve iniziare a pensare che chi investe soldi nel nostro sistema crea il benessere, crea occupazione, crea le condizioni per far crescere i nostri figli. Purtroppo alle teorie della decrescita felice non credo minimamente e non ci credo su basi storiche: non sono state felici le decrescite da carestia, le decrescite da guerra, le decrescite da crisi. Il mito del buon selvaggio andava bene per Rousseau, non per il cittadino occidentale del XXI secolo che ha alle spalle millenni di “crescita felice” intervallata da bruschi momenti di folle infelicità. L’impresa deve avere uno status di riguardo, deve essere messa nelle condizioni di correre, non di arrancare zavorrata da costi inutili. Non lo scrivo per qualunquismo, basta fare un piccolo esperimento per capire che è la cruda realtà: provate a immergervi una settimana all’interno di un’impresa del nostro territorio per rendervi conto delle insensate difficoltà con cui bisogna combattere quotidianamente.

3. PUBBLICO AL SERVIZIO DEL PRIVATO

Il discorso sarebbe lunghissimo, lo sintetizzo in poche parole. Necessitiamo di un servizio pubblico che sia, giustappunto, al servizio dei privati. In questo momento invece la lobby più potente che abbiamo è quella di chi lavora per lo Stato. Fare funzionare bene la macchina pubblica deve essere un’istanza che attrae qualsiasi partito, qualsiasi uomo politico, perché dare un buon servizio a tutti i cittadini deve essere nel Dna della nostra Pubblica Amministrazione e nell’interesse della collettività, del popolo. E chi lavora negli organi statali paradossalmente dovrebbe avere livelli di produttività superiore a tutti perché il settore pubblico è l’azienda di tutti! Paradossalmente il bene comune è considerato “bene di nessuno” o peggio “distruttore di risorse” per antonomasia ma il diritto del cittadino è quello di avere un bene comune che sia animato dallo spirito dell’eccellenza, della competitività, della propria sostenibilità. I costi, a mio avviso, non sono mai da considerare in modo asettico ma devono essere commisurati ai risultati: quanti di noi non accetterebbero costi dello stato elevati a fronte dell’eccellenza? Ritengo però al tempo stesso necessario trascendere dalle facili ricette o dai mantra organizzativi basati su ruoli-funzioni-compiti-procedure: il servizio pubblico dovrebbe vedere una rivoluzione che parta da una analisi strategica del “chi-fa-cosa” per giungere alla vera riforma delle strutture che contempli anche la riforma della contrattualistica di lavoro. Non sarebbe indolore, non sarebbe facile, non sarebbe voluto ma sarebbe, a mio avviso, indispensabile.

Questi primi punti non vogliono che essere un’introduzione ad un tema di più ampio respiro; abbiamo toccato alcuni degli argomenti che sono a nostro avviso alla base del ragionamento che, prossimamente, faremo seguire. Cosa potremmo fare, nella realtà, per cercare di dare un vero sostegno? Non dimentichiamo che prendere decisioni e portarle avanti in questo delicato momento è essenziale ed al tempo stesso fare può riscuotere ed attivare la nostra coscienza dal torpore. Meditiamo e, poi, agiamo.

Umberto Lenzi

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