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La Voce del Lunedì #8


Un potente fetore ammorba l’aria delle nostre città. Un odore ormai insopportabile che ogni giorno celebra il marciume che pervade la società italiana, che quotidianamente ci ricorda una classe dirigente che sguazza in maniera goffa e patetica nella palude di una serie imbarazzante (e banale) di fatti di cronaca politica ed economica: penso al recente caso Calderoli-Kyenge, all’affaire kazako e, infine, alle vicissitudini di casa Ligresti. Inadempienti. Mediocri. Personalità vocate all’anonimato che invece si ergono a condottieri. Eppure, in mezzo a questi colori del buio italiano, emergono in maniera decisa e più forte le figure dei padri nobili di questo Paese, degli uomini che hanno fatto l’Europa: c’è un libro, Promemoria Italiano di Roberto Napoletano, direttore del Sole 24 Ore, che ha la pretesa di ricordarli, di farne memoria, di tramandare alle nuove generazioni fatti e uomini in carne e ossa attraverso aneddoti personali, racconti da custodire, per rammentare a tutti noi che l’Italia è un grande Paese e che possiamo farcela. Mancano i bombardamenti, ma le macerie da cui dobbiamo risollevarci richiedono la stessa forza e determinazione del passato, laddove capacità politica, intelligenza tecnica, riformismo cattolico e cultura laica si unirono in uno sforzo straordinario per la ricostruzione. In Italia, e non solo, il futuro ha bisogno del passato remoto.

Ugo La Malfa ce l’aveva con le Regioni (l’inizio della moltiplicazione di clientele e spesa improduttiva), il punto unico di contingenza sancito dal patto Lama-Agnelli che ci portò fino a quindici punti di differenziale d’inflazione dalla Germania, la legge sull’equo canone che bloccò il mercato immobiliare, la riforma sanitaria di Tina Anselmi che garantiva tutto a tutti e quella specie di eldorado per gli statali a riposo (baby pensionati inclusi) dovuto all’adeguamento automatico dell’inflazione di mese in mese. Il ragionamento è un po’ all’ingrosso, vanno fatte corpose distinzioni. Eccezioni a parte, in seguito politica e finanza hanno saputo fare anche di peggio. Se abbiamo, però, il debito pubblico che abbiamo e facciamo spesso così tanta fatica a distinguere tra chi ha bisogno e chi no, la ragione viene da lontano.

Alle quattordici, al momento della pausa, Remo Gaspari, uno dei notabili della DC, mi disse: “Vede, ci sono tante buone idee. Il punto è che sono tutti impegnati a fare per conoscere mentre dovrebbero spendere le loro energie a conoscere per fare”. Uscito da Montecitorio e avviatomi verso casa mi sentivo più leggero, sapevo che la politica in Italia si è chiamata anche Alcide De Gasperi e questo mi rassicurava: non so perché ma sono giorni che torno con la mente a quella mattina e continuo a pensare a una lettera che lui scrisse dal carcere alla moglie il 6 agosto 1927. Cito il testo, a memoria: “Ci sono molti che nella politica fanno solo una piccola escursione come dilettanti e altri che la considerano come un accessorio. Ma, per me, fin da ragazzo era la mia carriera, o meglio, la mia missione”. Il Paese non ha bisogno di dilettanti. Un viso scavato, un tratto (vero) di sobrietà, il senso dello Stato, la spinta della “missione”.

Giuseppe Di Vittorio non aveva origini operaie, ma contadine, era figlio di braccianti pugliesi, e ha dedicato la sua vita al sindacato senza risparmiarsi andando spesso contro-corrente. Non è da tutti, in uno scenario di povertà qual era quello del Dopoguerra, chiedere ai suoi lavoratori di “accollarsi un sacrificio supplementare” e ricevere applausi scroscianti in nome di un disegno di sviluppo che avrebbe dovuto “contribuire al successo del piano lanciato dalla Cgil”, scambiando moderazione salariale con nuova occupazione. Tutto ciò è accaduto. Davvero.

Donato Menichella prende a tamburellare con le dita sul tavolo e canticchia a bassa voce una canzone napoletana di fine Ottocento, guardando fisso negli occhi Gabriele Pescatore, l’uomo che ha guidato per più di vent’anni la prima Cassa del Mezzogiorno, quella che ha portato l’acqua in Sardegna e le opere le faceva davvero. Menichella, il governatore della Banca d’Italia che ha legato il suo nome all’Oscar della Lira e al miracolo economico italiano, che ha negoziato con i banchieri americani un maxi-prestito in dollari, come spesso gli capitava nei momenti di tensione, non rinunciava a canticchiare tra una sigaretta e l’altra.

Abbiamo visto in faccia, qualche mese fa, la paura più grande, il rischio di diventare una nuova Grecia. Lo abbiamo scampato, ma siamo immersi in una spirale di precarietà e di angosce da Imu e dintorni che vien voglia di scappare. Ancora i colori del buio, ancora l’oscurità a spaventarci, con l’unico desiderio del conforto della luce che ci fa distinguere le forme, consentendoci di riconoscere e definire ciò che abbiamo davanti. Questi sono pensieri di un padre consegnati a un amico nei giorni della crisi, quando le sicurezze vacillano, il lavoro e il risparmio sono a rischio, e cerchi (con la testa e con il cuore) un rifugio in quelle cose semplici che uniscono le persone, si tramandano di generazione in generazione, e costituiscono l’anima più profonda di un popolo. Sono quei piccoli valori che fanno le grandi storie, tengono insieme una comunità.

liberamente tratto da Promemoria Italiano di Roberto Napoletano, Bur Rizzoli

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