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Ripartire.

Qual è, se una ve n’è, l’idea della società in cui viviamo? Quali i suoi fini ultimi a cui orientare le azioni?

L’Europa è un paese di vecchi. Pensate all’Italia: si prevede che tra cinquant’anni saremo soltanto poco più di quaranta milioni ad abitare il Belpaese. L’unificazione dei mercati (non del mercato delle sole merci prodotte, ma, tutte assieme, delle merci, dei capitali, dei servizi e delle forze di lavoro) è un processo che in Europa, come altrove, del resto, si incaglia nella incapacità/impossibilità della gran parte dei suoi Stati di perseguire l’unificazione dei mercati non per via monetarista ma tramite “l’economia reale”, unificando nella competizione regole e quindi processi che consentano di riattivare una nuova lunga fase di crescita. Questo accade a causa del pluralismo istituzionale e nazionale europeo: per le profonde radici dei suoi isolazionismi e delle sue storicità concrete, statuali e nazionali insieme. La “via tedesca” è, quindi, di pochi. È “tedesca”, appunto: moneta forte, alta produttività, innovazione, qualità dei servizi e dei processi e quindi dei prodotti sono il frutto di politiche che ben pochi costrutti statual-nazionali possono perseguire, sotto la cappa del diktat comunitario, espropriante sovranità e, via via, legittimità.

La casa si rifà a partire dalle fondamenta, non dal tetto.

A partire dalla seconda metà degli anni sessanta, le classi dirigenti politiche hanno assecondato l’inciviltà della società invece che esserne le migliori guide emancipatrici, dalla proliferazione delle clientele partitiche, allo smarrimento delle originarie funzioni dell’intervento pubblico in economia. La politica, che è forse la più spinosa delle scienze a motivo della difficoltà sempre rinascente di discernere ciò che esiste di stabile o di mutevole nei suoi elementi, presenta un fenomeno assai strano e veramente capace di far vacillare ogni uomo saggio chiamato al governo degli Stati: capita infatti che tutto ciò che il buon senso immediatamente percepisce in questa scienza come verità evidente, quasi sempre, quando l’esperienza ha parlato, si dimostra non solo falso ma anche funesto. Non si sarebbe mai immaginato, tuttavia, che il dibattito sul declino venisse via via assumendo un approccio così asfittico e riduzionistico, tutto piegato sull’immediatezza della lotta politica e tra gruppi di interessi o, peggio, sulle esigenze dei mass media. E tutto rivolto, in definitiva, ai dati dell’economia, della bilancia dei pagamenti e delle esportazioni, con un vocabolario tecnico incomprensibile ai più, in forma assai maggiore di quanto non sia di solito, per esempio, la prosa di chi ora scrive questa nota.

Le ideologie tacciono e gli interessi tra affiliati prevalgono.

Gli ideali di cui il mondo occidentale si è fatto paladino – e con questo intendo i termini a cui esso ha attribuito carattere sacro – sono il “liberalismo” e la “democrazia”. Le due espressioni non sono né identiche, né inseparabili. Il termine “liberalismo” è quello più evidentemente ambiguo ma il termine “democrazia” è all’apice della popolarità. Quando un termine viene consacrato in modo così universale come lo è oggi “democrazia”, inizio a domandarmi se, significando troppe cose, esso significhi davvero qualcosa. Forse quell’espressione è come un sovrano merovingio: quando ci si appella alla sua autorità, la gente incomincia a cercare il maestro di palazzo – i sovrani merovingi, noti come “re fannulloni”, erano privi di potere effettivo e spesso i maestri di palazzo li sostituivano nel governo del paese. Il rischio è quello che si possa giungere a una “democrazia totalitaria” quale esito dei mutamenti graduali intrapresi per stare al passo con le altre società, rispetto alle quali la nostra risulterebbe si diversa, ma con molti tratti comuni: tratti comuni come l’irreggimentazione e il conformismo irrispettosi delle esigenze dell’anima umana; il puritanesimo di una morale igienica messa al servizio dell’efficienza; l’omologazione delle opinioni realizzata attraverso la propaganda; e l’arte incoraggiata solo nella misura in cui compiace le dottrine ufficiali del momento.

Si deve cercare di ravvivare la coscienza intellettuale che afferma positivamente quei principi di vita e di azione pubblica della cui mancanza stiamo soffrendo le disastrose conseguenze.

Vi dovrebbero essere sempre persone preoccupate di penetrare fino al nocciolo della sostanza, desiderose di arrivare alla verità e di affermarla, senza troppa retorica, senza l’ambizione di modificare il corso immediato degli eventi, e senza sentirsi scoraggiati o sconfitti quando pare che nulla ne consegua. È tornato il momento di uscire di nuovo allo scoperto, dopo un lungo percorso formativo, di studio e di riflessione personali. La giusta area, per VoCi, infatti, è ciò che si può definire non tanto l’area politica, quanto l’area pre-politica. E la mia difesa dell’importanza del pre-politico è semplicemente questa: esso è lo strato nel quale ogni pensiero politico, che voglia definirsi sano, deve affondare le proprie radici, e dal quale deve derivare il proprio nutrimento […] in quanto la domanda vera, quella a cui nessun tipo di filosofia politica può sfuggire, e quella alla quale deve dare una risposta, perché è sulla base della giustezza di quella risposta che ogni pensiero politico deve essere infine giudicato, è semplicemente questa:

che cos’è l’uomo? qual è la sua miseria e quale la sua grandezza? e quale, infine, il suo destino?

questo scritto è liberamente copiato/sudato/voluto/sognato/tratto da:

  • Scritti Politici: saggio su il Principio Generatore delle Costituzioni Politiche, Joseph De Maistre – 1814
  • La letteratura della politica, Thomas Stearns Eliot – 1955
  • Storia Economica dell’Italia Contemporanea, Giulio Sapelli – 2008
  • Revenge, Tv Series – 2011

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