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Le idee camminano adagio, talvolta sotto mentite spoglie.

Olivetti_Studio_44Siamo seduti su una polveriera. Ecco il sentimento – diffuso – che impregna queste mie giornate italiane post-elettorali. Una cosa però è evidente e a portata di qualsiasi intelligenza: quando si ottengono tanti voti, non comincia il riposo; comincia il lavoro veramente duro. Ed è proprio mentre scrivo che un’agenzia stampa rilancia una ricerca sulla disoccupazione giovanile in Italia, ovvero l’incidenza dei 15-24enni in cerca di lavoro sul totale di quelli occupati: 38,7%. Un’altra agenzia parla invece di governissimo come cosa fatta. Un noto programma televisivo, invece, diffonde la propria proposta – a tratti davvero imbarazzante. In quest’epoca di pazzi, ci mancavano gli idioti” del toto-governo, del cosa-ne-pensi, del sondaggio-a-tutti-costi, in definitiva della democrazia diretta totalitaria, conseguenza ovvia delle conquiste della nostra – triste – modernità. Dovremo pertanto issare bandiera bianca? Dovremo forse rinunciare a sperare in un futuro più “leggero”? La leggerezza non è poi così antitetica alla profondità, diceva un mio caro amico. Concentriamoci pertanto su un problema, quello educativo, un passo alla volta per raggiungere la vetta, non facciamoci prendere dalla foga di questi giorni. Produrre crescita economica non significa produrre democrazia, né garantire una popolazione sana, occupata, istruita”, Martha C. Nussbaum – Educare per il profitto o per la libertà? Non basta la crescita, e lo sappiamo. C’è bisogno di persone pulite, di testimoni e leader veri, di esempi a cui aggrapparsi, c’è bisogno di una boccata d’aria insomma. Non una via d’uscita, sarebbe illusorio, piuttosto c’è bisogno di un intermezzo che serva a riempire gli intervalli fra un atto e l’altro o fra due quadri successivi di una rappresentazione, tragedia o commedia che sia, che regali ossigeno puro. “La creazione di èlite competenti in tecnologie e affari ha sottovalutato l’importanza di educare alle scienze umane e alle arti per evitare l’ottusità morale che, eliminando i valori creati dalle scienze umane, ha soppresso uno degli aspetti principali della democrazia, quello della partecipazione critica dei cittadini alle scelte politiche“. Dove voglio andare a parare? Oggi, 5 marzo, il calendario cristiano propone la figura di sant’Adriano martire. Non conosco questo santo, non ne ho mai sentito parlare nè ho mai approfondito la sua storia, però quel nome mi suona in testa da qualche giorno, proprio di fronte alla sfilata di italici leader o presunti tali. Quel nome, Adriano. Non mi poteva venire in mente che lui, Adriano Olivetti.

L’uomo che diede un volto umano al potere, di Giulio Sapelli

Che dire di un uomo che giovanissimo si reca negli Usa e, figlio di un imprenditore, ne torna convinto della superiorità tecnologica e industriale? Ma quella superiorità vuole trasformarla da fine in mezzo per liberare l’uomo dalla sofferenza nel lavoro. Si può dire che Adriano Olivetti fosse insieme un moderno tecnologo e un grande utopista. L’impresa doveva dunque avere dei fini: erano quelli della bellezza dei prodotti, della qualità dei servizi e dell’incivilimento delle persone. Adriano Olivetti trasfigurò e arricchì in tal modo, a partire dagli anni Trenta del Novecento, quando tornò dagli Usa, sino al 1960, l’anno della sua morte, il lascito intellettuale e morale a lui trasmesso dal padre Camillo. Padre e figlio, del resto, furono tormentati tutta la vita dalla ricerca religiosa. Una sete di Dio inestinguibile, che spingerà Camillo a farsi unitarista (un sincretismo ebraico protestante cattolico di rarissima diffusione) e Adriano a farsi seguace della religione che riteneva rispetto a tutte quella teologicamente superiore: la religione cattolica. Del resto, la fotografia che negli anni Cinquanta ritrasse Pio XII mentre scriveva grazie a una bianchissima «Lettera 22» volle essere un chiarissimo e fermo messaggio da parte di un Papa del quale solo recentemente si vanno riscoprendo le profonde ricchezze culturali. Quella fotografia, va ricordato, venne trasformata in un famosissimo manifesto pubblicitario che fece epoca, secondo quella tensione alla bellezza tipicamente olivettiana. Sia Camillo sia Adriano condivisero tuttavia la tragedia del popolo ebraico fino a quando non terminò la carneficina della guerra. Per Adriano il ritorno in azienda significò il dispiegamento definitivo della costruzione di un’organizzazione sociale tramite la quale volle farsi interprete di un’aperta e condivisa filosofia della salvezza. È quello che ricercò sempre. La sua inesauribile vena di editore, con «Comunità» e ancor prima le «Edizioni di Ivrea», fu il riflesso di questa filosofia. Lo scandaloso Adriano, circondato da fedeli interpreti, pubblicò una serie di libri che erano il riflesso dei suoi interiori dilemmi e delle sue intellettuali conquiste. Pubblicò il maestro del chassidismo, Martin Buber, da cui trarrà l’ ispirazione della comunità che lo guiderà tutta la vita, e pubblicherà altresì Emanuele Mounier, il maestro del personalismo francese, il quale sarà poi con Maritain e, grazie alla mediazione di Papa Paolo VI, la pietra su cui si costruirono tante delle colonne del Concilio Vaticano II. I libri come specchio dell’anima e della prassi. La società cristiana, di T.S. Eliot, non era forse il riflesso della ricerca e dell’azione sociale olivettiana? Per diminuire le sofferenze e fondare il rispetto della persona non solo nel lavoro di fabbrica ma anche in quella rete di relazioni sociali tramite cui la persona avrebbe potuto farsi consapevole cittadino. La semina culturale fu immensa. A fronte di ciò, invece, le realizzazioni politiche e financo sindacali a cui Adriano dette vita furono frutto di una disperata ricerca di un consenso che non venne mai. Eppure Adriano perseguì sempre il disegno di trasformare la cultura squisitamente aristocratica e intimamente legata alla sua personalità in un costrutto politico nella nascente democrazia di massa. Fu un tragico errore. Fu un errore il suo non rassegnarsi a essere unicamente un testimone grazie alla costruzione di un’ impresa eticamente esemplare. Eppure Adriano aveva letto e meditato il Vangelo di Luca, là dove si dice che ciò che deve porsi fuori dall’ombra è la lampada, che in tal modo rischiara anche le case dove gli apostoli non sono accolti. Non rimane allora che scuotere la polvere dai calzari e rischiarare con la luce della fede e dell’amore quella pura intelligenza che ad Adriano apparteneva. Un’intelligenza che, parafrasando la sua amata Simone Weil, era pura, perché non usata a fini di dominio sull’ uomo, ma invece a fini di liberazione dell’ uomo partendo dalla sua intima, unica, irriproducibilità. E che per questo confinava con la santità. Adriano deve oggi essere ricordato per i fuochi che ha acceso nella notte, per le porte che ha spalancato al vento della cultura applicata al lavoro e all’industria, per l’esempio personale che ci ha donato, dimostrando che la ricchezza può, deve, dovrebbe sempre coniugarsi con la cultura per realizzare sin da subito un anticipo di salvezza. Come un giusto Adriano morì viaggiando, solo, su un treno di notte. Ci lasciò e forse ci lascia, per coloro che vogliono raccogliersi riflettendo sulla sua opera, un esempio inestinguibile d’ armonia tra fede, lavoro e cultura profonda e limpida che non si disperde tra i rumori del mondo. Per questo il messaggio di Adriano resiste al tempo e con il tempo, soprattutto ora che la crisi economica fa riscoprire alle anime pure che l’economia non è reificazione impersonale ma un insieme di comportamenti che dipendono dalla libera scelta dell’ uomo. Ed ecco allora che l’unione tra potere, tecnica e cultura, che Adriano ci ha indicato, diviene negazione radicale del nichilismo che si determina quando quell’ unione si spezza. Si spezza perché la si priva di quella cultura liberatrice che proviene solo dall’ amore per la persona e quindi dal rispetto per essa. Questa è la matrice profonda del pensiero di Olivetti: il lavoro industriale dovrebbe incivilire e dovrebbe unire e non dividere. Adriano fa tutto ciò senza timidezze e con coraggio ineguagliato: varca l’ oceano e per primo acquista una grande impresa capitalistica nord americana dell’informatica. E nel contempo, di qui lo scandalo immenso, prospetta una diversa allocazione dei diritti di proprietà della sua stessa fabbrica: trasformarla in una fondazione posseduta un terzo dai lavoratori, un terzo dall’ Università di Torino, un terzo dal Comune di Ivrea. Una vera e propria rivoluzione che anticipa il dibattito odierno sui beni pubblici e molti dei temi affrontati nell’ enciclica Caritas in Veritate. Per questo Adriano è una meteora, una luce di speranza, di lungimiranza, un tesoro che dobbiamo conservare per il futuro.

Discussione

2 pensieri su “Le idee camminano adagio, talvolta sotto mentite spoglie.

  1. Non conoscevo questa realtà ma che è facilmente abbinabile ad altro,seppur meno noto, industriale “capitalista” di nome Candia (ramo gas compressi) che ha lasciato tutta la sua azienda per dedicarsi a missioni cattoliche credo di ricordare in Africa. Brutto l’accostamento con la fine che la Olivetti ha fatto con altro capitalista (industriale fallimentare) di nome De Benedetti convenientemente schierato con la sinistra italiana!

    Pubblicato da Claudio Mora | 6 marzo 2013, 22:58

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