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generali, opinioni

Consumo, ergo sum (I parte)

Facciamo ripartire l’economia stimolando la ripresa dei consumi, si sente dire da una parte. È una questione di austerità e di sobrietà, rispondono dall’altra. Riscopriamo la gratuità, sottolinea la Caritas in Veritate. La crescita ci permetterà di uscire dalla crisi, è sulla bocca di tutti. Proviamo a fare un po’ d’ordine, l’insegnamento è antico, ci arriva dalla penna di un grande storico greco, Tucidide: “nuoce piuttosto il passare ai fatti prima di aver chiarito nei discorsi le idee”. Ed è un passaggio fondamentale, richiesto ad ognuno di noi, alla nostra responsabilità personale, soprattutto in questo momento decisivo del vivere comune. Cosa dobbiamo fare? Cosa tocca a noi fare? Troppo spesso, in un preciso periodo dell’anno, si alzano richiami alla prudenza, al risparmio, alla necessità di non confondere il vivere con il consumare; no, non aspettiamo Natale per confrontarci sul difficile tentativo di conciliare le esigenze di quell’economia in crisi da cui tutti dipendiamo e il dovere di non lasciarsi fagocitare dal sistema consumistico occidentale. Questo deve essere un pensiero costante perché, forse non è ancora chiaro, ma la possibilità di influire sulle scelte del sistema economico è nelle nostre mani, nelle mani cioè di chi deve decidere sulla destinazione delle proprie risorse finanziarie. Con ciò non mi riferisco alle scelte di investimento imprenditoriali o di destinazione del risparmio; merita attenzione certo, ma ora sentiamo la necessità di concentrarci su un qualcosa di più semplice, di più vicino, di più facile da mettere in pratica sin da subito, perché è grazie ai piccoli passi che ciascuno di noi è chiamato a fare che si può tentare di uscire tutti insieme dal difficile momento economico. Chi si ferma è perduto.

Abbiamo così la pretesa di sollevare una riflessione comune su quell’azione strettamente personale (e famigliare) che è la scelta quotidiana di cosae dove – acquistare; opzione libera che spetta a ciascuno di noi e che conferisce ad ogni persona che la utilizza “la possibilità di indirizzare, grazie alla maggiore circolazione delle informazioni, il comportamento dei produttori, mediante la decisione – individuale o collettiva – di preferire i prodotti di alcune imprese anziché di altre, tenendo conto non solo dei prezzi e della qualità dei prodotti, ma anche dell’esistenza di corrette condizioni di lavoro nelle imprese, nonché del grado di tutela assicurato per l’ambiente naturale che lo circonda” (dal Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa). Arriviamo così a scoprire, forse con un po’ di stupore, che in fin dei conti il libero mercato siamo un po’ anche noi. È operante infatti nella nostra società un principio detto della sovranità del consumatore: ciò significa che il funzionamento del sistema produttivo è guidato, attraverso il mercato, dalle scelte dei consumatori. Il termine “consumismo” non sta ad indicare una possibilità di scelta ma un costume, un qualcosa di passivo, un infantilismo che ci imprigiona, che si subisce: l’incapacità di decidere in autonomia. Se è doveroso pertanto denunciare questo aspetto, tanto più di fronte al passaggio dal consumo di massa al consumo di massa personalizzato, dall’altra è necessario sottolineare che consumare, se si inscrive nel buon uso del mondo, non è affatto un male. Lo diventa se ci rende schiavi. Uti et frui: la celebre distinzione agostiniana tra usare (uti) e godere (frui) dove usare vuol dire “amare una cosa come mezzo, e quindi non per se stessa, ma in ordine al fine e nella misura che conduce ad esso; godere significa, invece, amare una cosa per se stessa, come il fine“. Questo aspetto positivo e fortemente responsabilizzante dell’esperienza del consumo è tra i passaggi più dimenticati ma veramente innovativi della Centesimus Annus: “È necessario […] adoperarsi per costruire stili di vita nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti”. È su questo punto allora che vale la pena concentrarsi: dobbiamo cercare il bello nel consumo, il vero, ma soprattutto, sembra inconciliabile ma non lo è, la relazione. Qui si gioca la bellissima partita dell’educare, che più che un’emergenza deve trasformarsi in urgente esigenza percepita da tutti e non più rimandabile. Il cosiddetto “primato del consumatore” deve potersi esercitare in primo luogo come potere civico. Altrimenti che potere è? Scriveva l’attuale premier Mario Monti in un editoriale sul Corriere della Sera il 12 febbraio 2006: “se la bussola dell’ interesse dei consumatori verrà sempre più tenuta presente dall’ opinione pubblica, chi chiede il voto per governare e chi poi governerà farà bene a non trascurarla”. Anche per questo motivo, finemente politico, è inevitabile mettersi alla prova. Ma come?

Discussione

3 pensieri su “Consumo, ergo sum (I parte)

  1. Grande pezzo. Perché sottolinea la responsabilità di ogni consumatore e l’esigenza di esercitarla. Ma anche la necessità di un educarsi ai mezzi sempre nuovi di cui si serve la società. Oggi si parla di analfabetismo digitale, per esempio. E non è affatto questione per nerd. Buona strada, Stef

    Pubblicato da Stef | 26 settembre 2012, 22:04
  2. Grazie Stef. Questa è la prima parte di una riflessione più ampia, l’idea è sempre la stessa, riportare al centro la persona. In qualsiasi scelta quotidiana, soprattutto, in questo caso, per quanto riguarda il consumo. A partire dalle celebri 4A: abbigliamento, arredo-casa, automazione, agroalimentare. E il digitale potrebbe esser un bello strumento trasversale a questi 4 pilastri della nostra Italia.

    Pubblicato da Stefano Novati | 27 settembre 2012, 10:06

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