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opinioni, ospiti

Il miracolo italiano è il miracolo europeo

È con grandissimo piacere che ospitiamo questo intervento che ci arriva da Elena, una ragazza di 16 anni, capo squadriglia dei Giaguari nel gruppo Scout Como 3 AGESCI. Per chi mastica il linguaggio scout, Elena si è lanciata in Reparto alla conquista della Specialità di europeista, ha intrapreso cioè un percorso di approfondimento sulla storia dell’Europa e sui meccanismi e sulle politiche dell’Unione Europea. Con le sue parole, i suoi stimoli e le sue considerazioni, ci permette di chiudere l’avventura europea di questi mesi con un’iniezione di speranza incredibile. Grazie Elena, grazie di cuore!

UESpesso i giovani non si interessano delle questioni politiche o economiche che interessano il proprio  Paese, ma è necessario che, sin da subito, si cominci ad avere una visione del mondo più ampia per cercare un miglioramento per il futuro: se noi non ci informiamo, non veniamo educati al cambiamento e allo sviluppo, la situazione del nostro Paese non potrà mai cambiare. Solo le nuove generazioni possono apportare delle modifiche, poiché i nostri vecchi hanno vissuto la guerra e sono diffidenti, ancora con impostazioni rigide, i nostri genitori potrebbero anche fare qualcosa ma non ne sono del tutto convinti e non sono i diretti interessati. Quindi solo noi possiamo davvero fare qualcosa. E guardando all’Italia e all’Europa di oggi non posso che essere motivata a fare qualcosa. 

Ma non è facile cambiare, è necessario che la maggior parte della popolazione sia d’accordo e l’unico modo per esserlo è essere informati ed educati al diritto e ad aver consapevolezza di ciò che stiamo vivendo.

Per questo motivo ho deciso di condividere con voi quello che ho scoperto in questi ultimi mesi, la motivazione che mi ha portato ad ampliare le mie conoscenze sul mondo che ci circonda e che ci governa. Tutto questo all’interno del cammino di specialità scout ma anche per la mia voglia di intraprendere un’esperienza con Intercultura per un anno in un Paese europeo diverso dal mio. Allora mi sono detta: ma come sarà il posto dove andrò? Chi troverò? Come mi dovrò comportare? Cosa potrò fare? E cercando di rispondere a queste domande mi sono imbattuta in tematiche più ampie che sono diventate presto di mio interesse poiché il collegamento con il mio futuro è stato immediato e, forse scontato ma meglio ribadirlo al mondo adulto, come tutti i ragazzi della mia età ho dei sogni importanti su di me. Ora si può pensare che io non valga niente di fronte a tutte le persone che già si occupano di queste questioni da tempo, ma qualche piccola informazione in più e magari un passaparola può essere già un piccolo cambiamento, ovviamente se nessuno si muove e fa qualcosa nel suo piccolo la situazione sarà statica e non avrebbe senso continuare a lamentarsi con i politici, con il Governo, con il Parlamento, perché non si vive bene se siamo noi i primi a non muovere un passo per chiedere il cambiamento o attivarlo dal basso.

Detto ciò, l’argomento che voglio trattare è l’Unione Europea. Forse noi non ce ne rendiamo conto ma l’Europa è una “piccola isola felice” rispetto a tutto il resto del mondo, per il semplice fatto che è da circa 70 anni che non viviamo direttamente una grossa guerra che prevede l’intervento di importanti forze militari provenienti, come alleati o come avversari, da altri Paesi. In realtà in questi anni siamo noi ad essere gli alleati che soccorrono: l’Italia infatti ha firmato un patto con gli Stati Uniti e con altri stati (Patto Atlantico) secondo il quale nel momento in cui uno degli tati viene attaccato l’altro deve aiutarlo militarmente, ed è per questo motivo che noi abbiamo inviato i nostri militari in Afghanistan e in altri luoghi in guerra. Questo nostro periodo privilegiato di pace è anche merito dell’UE, nata dopo il secondo dopoguerra e destinata inizialmente a non ripetere la stessa situazione disastrosa provocata dalle due grandi guerre. I rapporti pacifici nati grazie a questa nuova idea risalente circa al 1950 hanno permesso che oggi noi, nuove generazioni, non abbiamo la benché minima idea di cosa sia la guerra e la cosa ci sembra molto lontana quando invece in tutti gli altri Continenti persistono dei conflitti armati.

Oltre alla pace, l’UE gestisce le relazioni tra gli Stati membri, soprattutto al riguardo di materie esclusive, sulle quali le leggi specifiche di ogni Stato risulterebbero inutili rispetto a quelle emanate dall’UE: in questo modo si evitano dispute e tutti i Paesi sono giudicati allo stesso modo. Questa caratteristica è molto particolare se pensiamo all’America piuttosto che all’Asia, poiché nessun altro organo sovrannazionale ha il potere di prevaricare le leggi dei singoli stati. Di fronte a questo possiamo comunque parlare, in Europa, di integrazione a metà, poiché ritroviamo nell’UE un’unità superiore a quella dei singoli Paesi, ma allo stesso tempo questa unità non è completa perché nessuno Stato è disposto a cedere completamente la propria sovranità e i suoi interessi per uno scopo comune.

Uno dei cambiamenti che si possono attuare è riferito proprio alla disponibilità a collaborare completamente mettendo in secondo piano i propri interessi e per farlo è necessario che tutto il popolo ne sia convinto così che anche il Governo nazionale faccia arrivare in Europa l’idea di un passo decisivo verso l’integrazione europea. Una modifica concreta che, ad esempio, può sicuramente portare ad una azione maggiore dell’UE nelle situazioni necessarie è l’abolizione dell’unanimità per quanto riguarda le votazioni. Ad oggi basta che uno solo dei 28 Paesi membri non sia d’accordo con la proposta, che ciò che si voleva fare viene bloccato e non si agisce più in quell’ambito. Fortunatamente, nel 2007, con il trattato di Lisbona è stato permesso di astenersi dalle votazioni nel caso in cui l’argomento trattato non sia di interesse per il Paese, in questo modo non viene bloccata l’azione degli altri Stati. Questa modifica ha portato ad una integrazione a due velocità, nel senso che chi vuole può operare ed impiegare risorse in quello in cui crede, mentre chi si astiene può evitare di farlo. Le operazioni proposte dal consiglio vengono comunque bloccate ancora spesso perché l’unanimità continua a prevalere come criterio e ci sono certi Stati, come ad esempio l’Inghilterra, che si intestardiscono su posizioni contrarie e contrastanti rispetto alla maggioranza degli altri componenti dell’Unione Europea.

L’ Inghilterra ha una storia un po’ particolare, poiché quando si è formata l’Unione Europea, essa usciva da una posizione privilegiata essendo tra le nazioni vincitori della Seconda Guerra Mondiale e riteneva di non avere bisogno del supporto degli altri stati. Ma in seguito alla ricostruzione dei decenni successivi, quando la nostra Italia è riuscita a rialzarsi da una situazione indicibile grazie proprio alla collaborazione con la Francia e con altri Paesi europei grazie all’istituzione in primis della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (1951) e in seguito alla Comunità Economica Europea (1957), anche il Regno Unito ha capito che gli avrebbe fatto comodo contare sugli altri. Durante questi anni recenti di permanenza nell’Unione Europea, l’Inghilterra è stata un po’ di intralcio poiché non ha permesso di concludere operazioni importanti, anche se le va riconosciuto il merito di aver aiutato, grazie alle sue grandi ricchezze soprattutto dal punto di vista economico-finanziario, molti Paesi.

In ultimo espongo brevemente un’ideale dell’UE a cui non avevo mai pensato ma che reputo interessante: aspetto non ancora del tutto in atto, ma al quale si aspira, è l’organizzazione dei Paesi secondo regioni. Questa modifica è pensata per avere un maggiore afflusso di denaro dall’Europa ai destinatari finali dei contributi, i quali li sfrutterebbero per aumentare la loro produzione a beneficio dell’intera economia UE. A differenza infatti di quanto avveniva nei Paesi a regime comunista, dove al potere centrale erano legati mille funzionari delocalizzati nelle varie regioni dell’URSS e il passaggio delle risorse finanziarie veniva dilapidato nel passaggio tra le varie figure burocratiche, l’Unione Europea, interfacciandosi direttamente con le Regioni dei vari Stati, potrebbe davvero far giungere risorse in maniera diretta ai piccoli produttori e imprenditori richiedenti il contributo (ad esempio agricoltori o artigiani di determinati distretti produttivi). Si avrebbe così un contributo simile a quello di partenza, semplificand:o da 100 euro si passerebbe ad un contributo finale di 80 euro, senza arrivare ai risibili 10 euro come se fossimo ancora nel regime sovietico!

Spero che questa serie di informazioni che ho raccolto e riportato in questo articolo possa risultare utile a voi e possa servire da spunto per approfondire l’argomento Europa.

Elena Pagani

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