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L’Europa non esiste.

A un passo dalle elezioni europee, nel giorno della chiusura della campagna elettorale, eccoci arrivati alla conclusione del percorso intrapreso da VoCi alla scoperta dell’Unione Europea, dei suoi meccanismi, dei pregiudizi nati intorno all’idea di Europa e della sua moneta, alla ri-scoperta dei nostri e dei vostri sogni di cittadini pensanti. Il grazie più grande va a Davide, per la sua competenza, puntualità, precisione ma soprattutto indipendenza: il suo occhio critico non è mai stato, a nostro avviso, partigiano verso una idea politica, se non per la certezza – che sottoscriviamo e condividiamo – che siamo sempre più chiamati a pensare all’Europa unita e integrata come processo irreversibile – ma altamente “manipolabile” democraticamente – della nostra Storia.

elezioni_europeeScapegoat Hypothesis. Con questo nome è conosciuta nelle scienze politiche quella strategia che usano i governi quando, in casi di grande difficoltà interna, trovano utile focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica all’esterno contro un nuovo nemico, compattando il fronte interno in virtù di pericoli al di fuori della comunità. Per intenderci, è la strategia che la Corea del Nord di Kim-Il-Jong utilizzò nell’aprile 2013 quando, alle prese con gravi criticità interne e di legittimazione del suo inesperto leader, dichiarò un imminente attacco nucleare agli Stati Uniti, unificando l’opnione pubblica coreana contro la rinnovata grande minaccia esterna americana. La Scapegoat Hypothesis viene utilizzata largamente da vari soggetti: governi in difficoltà interna, regimi in crisi di legittimazione, partiti italiani in campagna elettorale europea. Lo scenario in cui ci hanno volutamente immerso i partiti politici nelle ultime settimane, è stato caratterizzato da una responsabilizzazione senza precedenti dell’Europa sulle disgrazie nazionali: complotti per far cadere il governo nel 2011, crisi economiche, flussi migratori incontrollati, alta disoccupazione e disaffezione alla politica. Tutta colpa di Bruxelles! I partiti, e con essi i cittadini italiani, hanno trovato pateticamente comodo rivoltare sul grande nemico esterno europeo tutte le disgrazie nostrane degli ultimi anni, compattando così efficacemente un frastagliato panorama partitico interno caratterizzato da nuove alleanze, vecchi revival politici, movimenti in crisi di legittimazione, facce nuove e facce vecchie. Azione conseguente di questo tentativo di modifica della memoria dell’elettorato italiano, mostratasi già piuttosto labile in svariate occasioni, è stata quella di presentarsi in televisione e nelle piazze usando la formula “andiamo in Europa a chiedere…“. In Europa dove? A chiedere a chi? Attraverso un fastidioso espediente concettuale, è stata effettuata una spersonalizzazione dell’Europa creandone un soggetto a sé stante, indipendente e autonomo. Un’entità terza ed esterna, comoda per ottenere voti e per rifiutare responsabilità, passate e future. Non è così. L’Europa sono gli europarlamentari eletti direttamente dai cittadini dei 28 Stati membri. L’Europa sono i Ministri dei 28 Stati membri che siedono al Consiglio. L’Europa sono i Capi dei 28 governi che compongono il Consiglio Europeo. L’Europa, intesa come l’anonimo leviatano quale è stata dipinta in questi giorni, non esiste. Esiste un insieme di istituzioni che abbiamo provato a descrivere lungo questo cammino con gli amici di VoCi, tutte connesse alla volontà degli Stati e dei loro rappresentanti, che ne gestiscono il funzionamento e la crescita, l’identificazione di obiettivi comuni e la correzione delle criticità che ne impediscono una crescita efficace. Se l’Europa fa schifo, non è da imputare a un fantomatico “Bruxelles” ma agli eurodeputati, ai Ministri nazionali, ai Capi di governo e ai membri della Commissione (composta non da rappresentanti diretti dei governi o dei cittadini ma personalità comunque nominate da eurodeputati e Ministri) che non hanno fatto abbastanza. Presentarsi in televisione a dire “andiamo in Europa a chiedere..” è portatore di un atteggiamento falso e opportunista. Il cittadino eletto a eurodeputato è l’Europa, spetta a lui fare e disfare quello che analizza di sbagliato intorno a sé. Anche l’alibi del ruolo sovranazionale, e dunque svincolato da legittimazione popolare, della Commissione Europea cade nel momento in cui i nuovi eurodeputati saranno chiamati a indicare il loro candidato Presidente della Commissione. Quello di cui ha bisogno oggi l’Europa, intesa come comunità di 500 milioni di uomini e donne del territorio europeo, è di una classe politica che la pianti di scaricare su altri le responsabilità dei suoi fallimenti e che si prenda l’impegno di cambiare quello che oggi non va a livello europeo. Ha il potere di farlo ma, fin quando si riferirà all’Europa come un soggetto esterno, ne rifiuterà sistematicamente il dovere di farlo.

Il paradosso della democrazia risiede nel coinvolgere tutta la popolazione alle scelte di governo, ma nell’impedire che i suoi rappresentanti prendano scelte impopolari anche quando ritenute giuste, pena una perdita di consensi elettorali e una mancata rielezione. In prospettiva elettorale, oggi è impossibile per un politico affermare che l’Italia abbia come obiettivo una cessione di sovranità in politica estera a favore dell’Unione Europea, perché perderebbe migliaia di voti di onesti cittadini che non capiscono quanto sia più desiderabile per l’Italia perdere la sua singola voce nazionale in nome di un’unica forte voce europea che dica che la Palestina ha diritto a costituire uno Stato, che la Cina deve rispettare i diritti umani nel campo del lavoro e che la guerra civile in Siria deve essere fermata. Questo non è possibile in una democrazia in cui la prospettiva elettorale rappresenta l’unica prospettiva di un partito che punti a governare. Un sistema democratico può talvolta faticare nel creare un ambiente fertile affinché scelte impopolari ma giuste possano esser prese e a farne le spese è un sistema europeo zoppo, che paga il mancato salto di qualità necessario affinché politici ed elettori riescano premiare scelte che valorizzino l’azione al suo interno e al suo esterno anche dove in contrasto con un’opinione pubblica talvolta poco lungimirante.

L’Europa è questo: una sfida alle percezioni di utilità dei singoli cittadini, una presa di coscienza di uno status quo oramai mutato verso un’interdipendenza, non solo economica ma soprattutto politica, sempre più stretta tra cittadini europei parte di sistemi politici nazionalisti miopi ed arroccati su meccanismi di potere secolari. In un sistema democratico vincolato al voto popolare, un’evoluzione verso nuovi sistemi di convivenza politica deve necessariamente passare da un preventivo cambiamento dell’elettorato, affinché tramite il proprio voto sia in grado di distinguere gli opportunisti che mantengono lo status quo solo per cercare voti facili basandosi su schemi tradizionali preconcetti, dai politici innovatori portatori di cambiamenti nuovi e, in quanto nuovi, incomprensibili ad un cittadino inesperto. Informazione ed educazione dell’elettorato sono tappe obbligate per un’evoluzione di prospettiva che sia svincolata da una retorica partitica troppo occupata a difendersi da responsabilità di fallimenti e di mancate evoluzioni verso modalità di convivenza sovranazionale europea inesplorate.

Davide Vavassori

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