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Crisi del debito nella Zona UE: radici e sviluppi recenti

Questa settimana la Corte costituzionale tedesca ha deciso di ricorrere alla Corte di Giustizia europea per un’interpretazione sulla legalità del piano OMT varato dalla BCE per risolvere la crisi del debito. Cos’è il piano OMT? Come la BCE vorrebbe risolvere la crisi del debito? Se è vero che il primo passo verso la comprensione è la conoscenza, una riflessione sulle cause della crisi del debito è necessaria per meglio comprendere i recenti sviluppi di un fenomeno economico europeo ancora irrisolto. 

Crisi del DebitoA partire dalla crisi finanziaria del 2008, gli Stati membri dell’Unione Europea dovettero affrontare un problema la cui soluzione era stata per troppo tempo rimandata: la revisione del sistema economico e finanziario. Madre di questo sistema economico finanziario imperfetto fu la scelta erronea del 2001, di fare della Banca Centrale Europea un istituto bancario comunitario il cui obiettivo principale fosse quello di tenere sotto controllo l’inflazione nei paesi con la moneta unica. Enunciato come unico scopo il monitoraggio e il controllo del potere d’acquisto nei paesi euro tramite il controllo dell’inflazione, la BCE venne dotata di strumenti esclusivamente atti a questo scopo: il potere di attuare politiche monetarie attraverso modifiche della base monetaria o del tasso d’interesse. Non essendo tra i suoi obiettivi enunciati il controllo e la risoluzione delle crisi del debito dei paesi con la moneta unica, nessuno strumento di risoluzione delle crisi venne riconosciuto alla BCE, creando di fatto un deficit enorme nell’efficacia del sistema e minandone la sopravvivenza stessa. Infatti, contrariamente ai paesi che stampano moneta a livello nazionale e che in caso di debito eccedente ne aumentano la stampa pagando i propri debiti – a costo di un incremento dell’inflazione dovuto all’emettere montagne di moneta per sanare i debiti -, i paesi dell’area euro non hanno potere decisionale sulla stampa della moneta che utilizzano e nella cui valuta sono calcolati i debiti nazionali, in quanto a stamparli è la BCE. Da questo punto di vista gli Stati della zona euro possono essere paragonati a giovani Stati emergenti che erogano debito nazionale in una valuta straniera sulla quale non hanno potere.

Questa inefficienza sistemica divenne sempre più significativa al montare del debito pubblico degli Stati Euro dopo il 2008. Sebbene il debito totale della Zona Euro non fosse alto come il debito pubblico di Stati Uniti o Giappone, la situazione in Europa si sviluppò più drammaticamente in virtù del fatto che il debito europeo era diverso da tutti gli altri debiti mondiali in quanto si trattava – e tuttora si tratta – di un debito cumulato da 17 entità bancarie che non hanno potere sulla valuta nella quale erogano il debito nazionale. Di fronte a questa imperfezione strutturale vennero ipotizzati tre percorsi di risoluzione: l’austerity; una maggiore cessione di sovranità all’UE; oppure una riforma della BCE. Quanto alla prima ipotesi, l’austerity rappresenta la strada più semplice (e semplificata in termini di standardizzazione) nel rivedere i conti interni tramite tagli a spese giudicate non necessarie alla stretta sopravvivenza del sistema: questo crea fiducia nei soggetti che devono acquistare il debito statale (cittadini, investitori, banche) e riduce di conseguenza i tassi d’interesse che andranno pagati al termine del prestito; al prezzo però di una crescita ostacolata da riduzioni drastiche alla spesa pubblica. La seconda opzione riguarda un’ulteriore cessione di sovranità statale all’UE da parte dei 17 Stati euro, difficilmente realizzabile in quanto gli Stati dovrebbero cedere ulteriore potere senza avere nulla in cambio. La terza ipotesi riguarda una riforma della BCE che la renda prestatore di ultima istanza agli Stati Euro: in cambio di un controllo-condizionamento economico che preveda controlli e vincoli ai bilanci nazionali, la BCE dovrebbe stampare soldi per darli agli Stati membri per pagare i debiti che hanno. In questo caso si presenterebbe un problema di inflazione: una legge economica fondamentale vuole che il valore di un bene (e il denaro non fa eccezione) sia indirettamente proporzionale alla sua quantità sul mercato e, di conseguenza, un aumento della quantità di denaro sul mercato ne diminuirebbe il valore aumentando l’inflazione, diminuendo il potere d’acquisto dei cittadini in una fase difficile dell’economia e influenzando negativamente le esportazioni. Di queste tre opzioni molti studiosi sostengono che la terza, nonostante gli effetti collaterali elencati, sarebbe la migliore per risolvere il problema del debito ma, come vedremo, il percorso europeo fu di tutt’altro stampo.

Nel 2011 il Parlamento Europeo approva l’istituzione del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), un fondo che contenga denaro degli Stati euro che fondamentalmente prestano soldi a loro stessi. L’idea è quella che il MES riduca i tassi d’interesse che gli Stati euro mettono sui propri bond attraverso dei prestiti a determinate condizioni, aumentando la stabilità dell’eurozona e diventando un’organizzazione intergovernativa. Ad esempio, quando la crisi greca esplose nel 2009, il pericolo di un fallimento statale fece si che il timore di acquistare bond greci che molto probabilmente non sarebbero stati ripagati, rese i bond greci rischiosissimi per gli acquirenti: per riuscire a vendere i propri buoni del tesoro il governo decise renderli più appetitosi alzando i tassi d’interesse a percentuali stellari (fino al 12%) con il grave problema che una volta che il governo avesse dovuto pagare il debito a fine prestito, si sarebbe indebitato in modo esponenzialmente maggiore.

Nel settembre 2012, per evitare che i tassi d’interesse si alzassero peggiorando le situazioni dei paesi euro sul lungo periodo, la BCE avviò il processo di Outright Monetary Transaction (OMT): la BCE decise di acquistare bond indipendentemente dalla loro rischiosità ponendo un riparo provvisorio al sistema (il MES era alimentato da fondi degli Stati membri, le OMT sono finanziate direttamente alla BCE che acquista direttamente in prima persona i bond).

Questa settimana la Corte costituzionale tedesca ha deciso di ricorrere alla Corte europea di giustizia sull’interpretazione del piano OMT: la Banca centrale tedesca, che ha richiesto il pronunciamento delle Corte tedesca, ha contestato la natura potenzialmente illimitata dei finanziamenti dell’OMT agli stati membri, sostenendo che il piano rischiava di comportare un costo incalcolabile per i contribuenti tedeschi senza coinvolgere direttamente la Bundesbank, quindi violando l’autonomia budgetaria degli Stati membri. La critica tedesca è intimamente legata al discorso che Mario Draghi (Presidente BCE) tenne il 6 settembre 2012, affermando che “nell’ambito del suo mandato, la BCE è pronta a salvaguardare l’euro con ogni mezzo”, il quale sollevò diverse polemiche da parte di Berlino riguardo ai paletti posti dalla BCE alla strategia attuata.

In conclusione, quello che la BCE ha cercato di fare in tempi recenti è stato di riformare un sistema nato imperfetto, prendendo coscienza che una moneta unica prevede sacrifici unici nonostante storie passate economiche diverse abbiano portato a situazioni di debito estremamente differenti all’interno dell’area euro, destabilizzandola. Da una prospettiva storica, il voler creare un sistema economicamente europeo senza una forte identità europea alle spalle, ha portato ad oggi un confronto tra popoli europei avvelenato dalla cecità nazionalista che impedisce di comprendere la profonda interdipendenza che lega le sorti greche a quelle tedesche, minando l’idea stessa sulla quale si fonda l’Europa, un’idea di solidarietà comune per la quale oggi nessun campanilismo nazionale sente la necessità di battersi.

Davide Vavassori

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