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Sicuri, di essere al sicuro?!

Non più tardi di questa mattina leggevo sul giornale l’articolo dedicato alle indagini del nucleo operativo ecologico di Milano, circa le presunte malefatte della Perego nel cantiere dell’ex tinto stamperia Ticosa. Il titolo è abbastanza eloquente; “L’amianto dei boss, cinque anni senza la verità”. Poco distante, altro edificio, altro titolo: “C’è l’ombra della camorra anche sul recupero del Cucchi” tra piazza Perretta e via Boldoni, con un fermo lavori di mesi e indagini che riconducono al clan Nuvoletta, nome conosciuto nella camorra partenopea. Se questi sono i più eclatanti successi nel capoluogo, non oso immaginare quanti altri fili si stiano muovendo nei comuni più piccoli della nostra provincia.

Quando ero piccolo, per quanto ne capissi, ho sempre visto questi problemi lontani da me. Organizzazioni e dinamiche che avvenivano da qualche altra parte, al sud. O comunque non qui. Non a Como. Ora che sono cresciuto, che conosco le differenze tra mafia e camorra, che non mi stupisco più del vedere furgoni, macchine e camion prendere fuoco così per caso di notte, penso due cose:

  1. il prossimo candidato sindaco (a Como, in primavera, ma in generale in ogni comune della provincia, a tempo debito), non potrà semplicemente presentare un programma elettorale fatto di piste ciclabili o crescita a volumi zero (attualissimi evergreen sui quali sfido chiunque a non essere d’accordo); dovrà, sopra tutto, proporre politiche serie e strutturate di contrasto a queste organizzazioni. Chiunque non ne veda il problema, forse non è il caso si fregi del titolo di primo cittadino.
  2. che probabilmente non siamo ancora così ‘vaccinati’ a tutto questo. E bisogna muoversi in fretta, ricercando prima di tutto dottori che con queste cose si scontrano da tempo. Ho ritrovato alcuni appunti, che mi ero annotato dopo l’incontro di inizio ottobre al cineteatro nuovo di Rebbio: “Salvatore Borsellino – l’agenda di mio fratello”.

Sistemàti e riproposti qui sotto; sia mai che a qualcuno possan tornare utili.

9 ottobre, Rebbio. La sala è gremita di gente e per due ore e mezza stanno tutti con il fiato sospeso in ascolto di quell’oratore che parla seguendo solo il filo delle emozioni, tanto che il discorso sembra totalmente improvvisato. Salvatore Borsellino non si limita a parlare, trasmette emozioni. Racconta cosa sono significate per lui e per la sua famiglia la strage di Via D’Amelio e quella di Capaci, racconta di mafia e di politica e soprattutto racconta di lui, Paolo, e del suo tentativo di aiutare un paese malato. Una testimonianza fortissima che ha commosso molti in sala, me compreso. Forse perché ti conferisce una chiave di lettura completamente nuova su certi eventi, forse perché nonostante tutto il buio che svela è ancora capace di darti una goccia di speranza. Forse semplicemente perché vieni a conoscenza di un uomo, Paolo, che al suo paese donò se stesso.

Il messaggio di Salvatore è un messaggio forte, di speranza, che a mio parere deve essere ascoltato da tutti. Vi invito ad andare a sentirlo, appena potete. E’ la storia di un uomo che preferì la morte alla rinuncia alla sua opera di bene.

I suoi incontri e altre informazioni le trovate sul suo sito.

“La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

[Tratto da un discorso di Paolo Borsellino ai cittadini siciliani]

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